25
Settembre
2021
20
Novembre
2021
Paolo Masi
Artisti : Masi -
Curatore : Francesco Mutti

Paolo Masi

IL FERVORE DELLA RICERCA

Uno studio approfondito, una piacevole lettura, un'animata conversazione sul multiforme sviluppo artistico avvenuto negli anni settanta del novecento: qualsiasi sia il motivo o il pretesto, l'impressione è che, a un certo punto, gran parte della critica d'arte abbia fatto buon viso a cattivo gioco e si sia lasciata ammaliare da taluni luoghi comuni travestiti da letteratura, validi per qualsiasi occasione e in grado di saltare a piè pari i momenti di imbarazzo per l'impossibilità di fornire ulteriori specifiche. Tale incongruenza, mentre concede la sufficienza al dato oggettivo come chiave di lettura, si manifesta soprattutto in quei termini ricorrenti quali "ricerca" o "sperimentazione" o "fermento" o "poetica" o "dialettica" (e ve ne sono in quantità industriale) che circolano senza freni oggi come allora senza che vengano chiariti nella loro essenza più intima - e che ancora ai nostri giorni descrivono quegli anni come una stagione straordinariamente prolifica, almeno per il panorama italiano, dunque internazionale. Con ogni probabilità in linea anche con gli sviluppi sociali e culturali al tempo coevi, per molti versi la letteratura critica si è trovata suo malgrado a dover abusare di tali vocaboli, limitandosi a dichiararne saltuariamente l'etimologia o la contingenza, accontentandosi più spesso del buon senso: parole diventate contenitori onnicomprensivi, calderoni di concetti sintetizzati o ridotti ai minimi termini, resi comprensibili ai più in nome di una domanda retorica di cui non è davvero così rilevante la risposta. Utilizzati spesso come congiunzioni o intercalari nella catena parlata, questi hanno ormai allontanato il proprio significato originario, se mai ne abbiano avuto uno: a loro si chiede invece di delimitare lo stato delle cose che furono, di cui si è quasi del tutto persa memoria e di cui rimane soltanto un canone critico che lascia il tempo che trova.

Questo non vuol dire che negli anni settanta non si sia fatta ricerca come la si è giustamente intesa o tramandata: anzi! O che la sperimentazione sulla materia pittorica, sulle tecniche artistiche, sulle spinte emotive che generarono un gruppo, un movimento, anche semplicemente una singola opera d'arte (chiamatela sintetica o analitica, poverista o programmatica, concettuale o performativa, ha poca importanza) non si sia realizzata copiosa nei numeri e nelle sue qualità. Eppure, non è abbastanza per chiarire quello spirito prima di tutto corporativo che alimentava gli artisti di allora e che è totalmente alieno ai protagonisti dell'oggi; e non è sufficiente a definire quanto quella ricerca fosse conseguenza di una libertà sociale e culturale che non aveva mai avuta cosi tanta capacità di movimento - e di cui noi, senza motivo, adesso ci vantiamo. Paolo Masi è figlio di tale libertà, conquistata sul campo, faticosamente: ne ha respirato a pieni polmoni gli interessi intellettuali cavalcando in testa al gruppo, ne ha subita la sorte avversa derivata dall'impatto disastroso in quelle prime cariche, ne ha registrato i minimi scarti adoperandosi in una pittura in solitaria, di rigore e di controllo eppure totalmente priva di confini, di cardini, di vincoli, di catene: una pittura che, sottovoce ma mai silenziosa, è finalmente giunta al suo apice, a occupare il posto che si merita. Due sono le considerazioni che hanno la necessità di essere meglio sviluppate: la prima riguarda il fatto che la sua sia in tutto e per tutto pittura - poiché egli ancora oggi si definisce pittore; la seconda fa riferimento all'importanza che egli possiede nella storia dell'arte per lo meno del nostro Paese, importanza a cui non è più possibile voltare le spalle.

Dunque: Masi è da sempre innamorato - in prima battuta della pittura, ovviamente! Ma anche dei suoi materiali, suoi in un senso così profondo che raramente il rapporto è stato così stretto, tra autore e strumento. Un rapporto di reciproco scambio, di reciproco sostentamento, anche nei momenti difficili, che ha garantito al nostro la possibilità continua di riparare nell'arte in attesa di tempi migliori. Un rapporto che, ben lontano da certe pericolose relazioni che chiudono - per esempio - il marmo allo scultore in un legame unilaterale che privilegia il primo a discapito del secondo, Masi ancora vive con grande rispetto, con il sorriso sul volto, con la voglia di fare per il piacere di farlo e non per il dovere di farlo: persino nel dimostrare al ben capitato ospite che significhi "pitturare", il Maestro recupera l'attenzione consueta, quando potrebbe far finta di niente e lasciare l'impegno a momenti ben più remunerativi. Ma Masi non è così. È la sua stessa esperienza di vita che gli consiglia di dare il giusto peso a ogni singolo giorno, anche al più piccolo gesto.

Quindi un Masi infatuato: con estrema sincerità, dei suoi pennarelli e dei suoi pastelli a cera, con quel loro odore tipico che non può essere equivocato (per lo meno non da chiunque sia stato bambino almeno una volta in vita sua), un odore che ti entra nei pori delle mani prima accora che nel naso; e che lascia le superfici al tatto lisce e grasse contemporaneamente, un sapore di ricordo che difficilmente se ne va quando ritorna. E un Masi totalmente perso per i suoi cartoni: sì, di quelli che già un tempo si trovavano per strada, accanto alle grandi boutique di via Tornabuoni a Firenze, di quelli umili che, decenni fa, talvolta ti aiutavano durante un acquazzone e che gettavi via subito dopo con quel senso di soddisfazione mista a riconoscenza. Un supporto umile tra gli umili ma che, proprio nel "fermento della ricerca e della sperimentazione" degli anni settanta, garantisce all'artista fiorentino una congerie di soluzioni formali di assoluto prim'ordine. Come egli stesso ancora registra, è una questione di vibrazione - che è l'essenza stessa della pittura di Masi: certo coloristica e luministica ma anche epidermica, fisica e tangibile, impossibile da non percepire quando la mano sfiora la superficie. Giusto, di solito non si dovrebbe fare: ma è lo stesso Maestro che insiste. Del resto, quanta parte di mondo abbiamo imparato a conoscere con le nostre mani? E perché abbiamo smesso di farlo?

Il cartone è dunque l'amico di una vita, il più economico forse, il più sincero anche, non certo il più semplice o quello che ha bisogno di minor attenzioni: talvolta, per quelli di più rilevante spessore, egli consiglia di osservarli anche di lato, anche dietro, di pesarli con le mani, di indagarli con lo sguardo alla ricerca di un incrocio, di una storia a cui legarsi. Inoltre, per Masi il cartone non è la tela, fortunatamente: troppo snob, quella; incute troppa soggezione o ansia da prestazione. No no: il cartone è il supporto più efficace per dimostrare chi è, il solo in grado di gestire repentini sbalzi d'umore, cambi di direzione, errori imprevisti o quelle fortunatissime gradazioni tonali che, negli intrecci intuitivi dei reticoli così come nel rigore controllato delle ortogonali o delle parallele, mantengono comunque un principio di sfumato, per lo meno di teoria del colore - che egli mai dimentica -, osmosi dell'anima fiorentina.

La sua, oltretutto, è un'anima che si è formata da sé - e che si è formata condividendo, con i suoi compagni di viaggio abituali e occasionali, vittorie e conquiste al pari di sconfitte e cadute: racconta ancora come Firenze fosse (e sia) estremamente difficile da accontentare, mai del tutto soddisfatta, mai del tutto appagata; e come la New York dei Seventies fosse un incontro continuo, per strada, nelle gallerie, a casa di amici o di conoscenti, italiani o meno che fossero. E che questi si chiamassero - tra i tanti che tornano qua e là alla mente - Leo Castelli, Ileana Sonnabend e Sandro Chia (a cui diede più di un consiglio per il suo luminoso futuro). Il suo insistere sulla linea, sul quadrato, sugli intrecci, senza essere pienamente analitico, senza avere un'indole programmatica o concettuale, ben si adatta alla ricerca del tempo, interessata da un lato a una pittura di indagine fisica dove l'artista è esecutore materiale attivo, dall'altra a soluzioni formali algoritmiche dove l'autore diventa matematico strumento passivo. Poi arriva la Transavanguardia che annienta ogni cosa, annichilendo teorie e ipotesi, risultati e idee per almeno un ventennio.

Perciò è la sorpresa che, al momento, gli regala una consistente dose di energie da affiancare a quelle che già di per sé possiede: dire che si aspettasse adesso così tante, nuove attenzioni sarebbe come sperare di vincere alla lotteria di capodanno senza tenere in debita considerazione la fortuna. Eppure pensare che non ci abbia mai creduto, questo proprio no. Lui è un uomo ben piazzato, alto, spigliato, ancora in forze considerate le sue ottantotto candeline. Con un po' di vitamine - che non fanno mai male - lui ha più voglia di prima. Perciò, sorpresa: Paolo Masi esiste, Paolo Masi è un Maestro della pittura italiana di spessore assoluto, Palo Masi è parte fondamentale della Storia dell'Arte. Come il Figaro barbiere, tutti lo vogliono e tutti lo cercano: e i suoi cartoni al naturale, i suoi plexiglas (ricercati, eleganti, imbrigliano le ombre, i riflessi, il raddoppiamento delle immagini all'interno dell'opera e sulla superficie muraria) diventano oggetto dell'attenzione e dell'interesse del mercato, soggetti di un racconto critico e letterario che ritrova in lui il protagonista che mancava all'appello.

Francesco Mutti