Mario Merz (1925–2003) è stato uno dei principali esponenti dell’Arte Povera, movimento artistico italiano nato alla fine degli anni Sessanta. Nato a Milano e cresciuto a Torino, iniziò la sua attività artistica negli anni Cinquanta. Divenne celebre per l’uso di materiali poveri e naturali come legno, cera, vetro, terra e metallo, combinati spesso con tubi al neon. Tra i suoi temi ricorrenti spiccano la serie di Fibonacci, il concetto di energia vitale, il tempo e la natura, espressi soprattutto attraverso la forma dell’igloo, divenuta una delle sue immagini simbolo. Le sue opere sono state esposte nei più importanti musei e rassegne internazionali, contribuendo in modo decisivo alla diffusione dell’Arte Povera nel mondo.
Arte Povera è la denominazione che Germano Celant attribuì, a metà degli Anni '60, alla produzione di un gruppo di artisti quali Alighiero Boetti, Mario Merz, Giulio Paolini, Jannis Kounellis, Gilberto Zorio, Michelangelo Pistoletto, ed altri, ai quali più tardi si unì anche Piero Gilardi. Contraddistingue, questi artisti, l'uso di tecniche e di supporti non convenzionali, come la terra, il ferro, gli stracci, gli scarti industriali, etc, materiali appunto poveri donde la denominazione di Arte Povera. Materiali che sono di uso comune e quindi, nelle intenzioni degli autori, un risalire alle strutture originarie del linguaggio, un ridurre ai minimi termini, un impoverire il segno pittorico al punto da risalire al suo archetipo. Peculiarità di questi artisti è anche l'uso frequente dell'installazione o quello dell'uso di animali vivi. Celebri restano la "Vergine degli stracci " di Pistoletto e "Senza titolo (12 cavalli)" di Kounellis