Vanni Cuoghi, Souvenir d'Italie...
Vanni Cuoghi, Souvenir d'Italie
06 Ottobre 2018 - 19 Novembre 2018
Curata da : Ivan Quaroni
Artisti presenti : Vanni Cuoghi

SOUVENIR D’ITALIE …

di Ivan Quaroni

“Nessun grande artista vede mai le cose come realmente sono. Se lo facesse, cesserebbe di essere un artista.”

(Oscar Wilde)

Immaginare significa avventurarsi in un territorio sconosciuto in cui è possibile compiere delle scoperte. Non è solo un processo inventivo, ma qualcosa che attiene alla dimensione cognitiva. Un pittore non inventa un quadro, lo immagina. Non sa che cosa accadrà nel momento in cui inizia a dipingere e non conosce in anticipo la strada che dovrà percorrere e tantomeno la sua meta finale. Il suo è letteralmente un tragitto “erratico”, verbo che contiene il duplice significato di “divagare” e di “commettere errori”. Errori funzionali, inciampi che producono un senso di meraviglia e, appunto, di scoperta. Nell’immaginare i suoi Souvenir d’Italie, Vanni Cuoghi ha usato un procedimento insieme intuitivo e creativo. Sulla scia dei propri ricordi infantili, fatti d’interminabili viaggi attraverso la penisola a bordo di una Seicento gialla, l’artista ha ricostruito l’immagine di un paese che non c’è più e che forse sopravvive solo nel ricordo di chi l’ha vissuto o, al massimo, negli archivi audiovisivi della tv di stato. Un’Italia che è in parte simile alle immagini che tra gli anni Settanta e Ottanta riempivano i vuoti del palinsesto Rai con paesaggi e monumenti storici del Belpaese e in parte frutto di una dotta crasi tra episodi storici e trasfigurazioni fantastiche. La meraviglia, dicevo, è il sentimento cardine dei Souvenir d’Italie, insieme allo stupore e allo straniamento che l’artista suscita nell’animo degli osservatori più attenti grazie a una pletora di abbinamenti imprevisti, di curiose associazioni o semplicemente di dettagli anodini che insinuano nel riguardante un sottile senso di spaesamento. E “spaesamento” è forse il termine più adeguato per descrivere questa sequenza di lavori dedicati a una geografia dissolvente, poggiata su una memoria labile e incerta, sebbene rimpolpata di riferimenti alla cronaca e al folclore di un tempo irrimediabilmente trascorso. L’impressione che il paesaggio italiano, inteso non solo in senso morfologico ma anche culturale, stia perdendo qualcosa spinge, infatti, Cuoghi a riformulare l’immagine di un paese sospeso tra passato e presente, ma anche tra realtà e immaginazione. I suoi Souvenir prendono spunto dalle cartoline d’epoca dei monumenti delle maggiori città italiane, immagini d’antan (oggi diremmo vintage) venate di nostalgia che fanno letteralmente da sfondo a una teoria di teatri miniaturizzati in cui la realtà quotidiana è interrotta dalla comparsa di un particolare imprevisto o di un elemento surreale che spezza la linearità del racconto. D’altra parte, intrecciare l’ordinario con lo straordinario è un espediente ricorrente nella ricerca dell’artista, insieme alla tendenza a incapsulare le immagini in uno spazio scenografico. Questi Souvenir d’Italie, visti attraverso un immaginario boccascena dotato di palco e quinte teatrali, ricordano i Peep Show in voga nel periodo vittoriano, una forma d’intrattenimento popolare che permetteva a bambini e adulti di osservare le immagini contenute in una scatola attraverso un foro o una lente d’ingrandimento. A differenza dei Peep Show, i teatrini di Cuoghi, trasparenti su tre lati e dunque aperti a una visione più ampia, obbligano lo spettatore a muoversi per osservare l’opera da diversi punti di vista e cogliere così quei dettagli minuti o nascosti che sfuggirebbero a uno sguardo sommario. Souvenir d’Italie è una sorta di Grand Tour, il viaggio di riscoperta e insieme il riepilogo del romanzo di formazione di una generazione in bilico tra il Weekend postmoderno di Pier Vittorio Tondelli e il Mondo Liquido di Zygmunt Bauman. Con la mente e il cuore che corrono a due diverse velocità, quella istantanea del digitale e quella proustiana della memoria, Cuoghi costruisce la mappa di una geografia interiorizzata, dove la realtà storica subisce le interpolazioni della fantasia e dell’immaginazione. Protagoniste di questo viaggio a tappe lungo lo stivale italico sono città come Roma, Milano, Brescia, Torino, Firenze, Bologna, Venezia, Napoli, Genova, Pompei, Siracusa, Taormina, Como, Pisa, Pietrasanta e Gela, rivisitate alla luce di un presente che fonde usi e costumi contemporanei con fantasmi (e perfino mostri) di un glorioso passato. Non è un caso, infatti, che molti dei suoi dipinti tridimensionali - costruiti con una combinazione di tecniche che spaziano dal disegno all’acquerello, dal papercutting alla scenografia – contengano spesso riferimenti tanto alla dimensione prosaica dell’attualità quanto a quella colta degli annali di storia. In entrambi i Saluti da Brescia, ad esempio, le scene quotidiane di una coppia che passeggia in eleganti abiti ottocenteschi e il lirico quadretto di nonno e nipote seduti sulla panchina di un parco sono interrotte dalla presenza di una belva feroce, riferimento alla fierezza dimostrata dagli insorti bresciani contro la tirannia austriaca nel 1849 che valse alla città l’appellativo di Leonessa d’Italia. Sullo sfondo della Cattedrale di Santa Maria Assunta l’artista innesta sull’immagine di una città placida e borghese l’emblema quasi araldico di un carattere indomito e orgoglioso. Invece, tra le calli di una Venezia immobile e misteriosa, simile a quella descritta nelle Fondamenta degli Incurabili di Iosif Brodskij, Cuoghi immagina il risveglio d’imponenti leviatani, di mostri marini che irrompono tra le acque limacciose dei canali, sostituendosi ai ben più prosaici mostri di acciaio che solcano la laguna. Quelli evocati dall’artista sono eventi che squarciano la trama della realtà ordinaria lasciando trapelare il mondo prodigioso e irrazionale del mito. Monstrum, d’altronde, è l’etimo latino che segnala la presenza di un evento innaturale e straordinario, che interrompe il normale andamento delle cose. Altrove è la letteratura ad alimentare la fantasia dell’artista, come nel caso di Saluti da Siracusa, dove tra le rovine del tempio greco di Neapolis, mescolato ai passanti in abiti borghesi, si aggira un’imponente figura di urside che rimanda alle pagine di un celebre racconto illustrato di Dino Buzzati, La famosa invasione degli orsi in Sicilia, pubblicato a puntate sul Corriere dei Piccoli nel 1945. La presenza di animali araldici e allegorici è peraltro una costante di quasi tutte le opere dell’artista. C’è l’immenso toro che simboleggia il capoluogo piemontese e il gigantesco cervide con le corna stagliate sulla Lanterna di Genova; ci sono i dromedari che attraversano il ciottolato di Pompei e gli ipertrofici corvi che fanno capolino tra le frasche di un imprecisato parco milanese. I Souvenir d’Italie non solo ridisegnano la morfologia delle città secondo un modello urbanistico in cui natura e architettura appaiono perfettamente integrate, come nell’epoca preindustriale, ma riportano alla luce memorie storiche che sembravano sepolte. Saluti da Roma (Acqua alle corde), ad esempio, allude a un episodio della cronaca antica che sarebbe all’origine di un detto ormai caduto in disuso. La storia riguarda l’innalzamento dell’obelisco di piazza San Pietro che impiegò centinaia di uomini e cavalli e un gran numero d’impalcature, argani e carrucole. Pare, infatti, che a causa delle difficoltà delle operazioni Papa Sisto V avesse diramato alla folla e agli operai l’ordine di non parlare durante il lavoro, pena la forca. Durante l’innalzamento le funi si surriscaldarono, rischiando di far rovinare al suolo l’enorme monolito. Fu allora che il capitano ligure Benedetto Brasca, nel silenzio assoluto della piazza, urlò l’ordine Daghe l’aigae corde, espressione che nel dialetto ponentino significava “Acqua alle funi”. Il marinaio ligure sapeva che bagnare le corde era l’unico modo per rinforzarle ed evitare che prendessero fuoco a causa dell’attrito. Brasca fu immediatamente arrestato per aver contravvenuto all’ordine papale, ma venne poi rilasciato e ricoperto di onori e privilegi. Nell’opera di Cuoghi la storia del capitano Brasca resta sullo sfondo come un’allusione impalpabile, ma la scena, ambientata nei pressi di Piazza San Pietro con l’obelisco in piena vista, mostra la levitazione di una giovane trattenuta al suolo da un gruppo di uomini muniti di funi. L’irruzione del soprannaturale s’innesta, ancora una volta, sul tessuto storico, quasi rivitalizzandolo. Lo stesso accade in opere come Saluti da Taormina e Saluti da Gela, dove le due città siciliane diventano teatro di una rivisitazione iconografica di celebri capolavori del Rinascimento. La prima riprende, infatti, l’episodio della Cacciata dal Paradiso della volta Sistina di Michelangelo, mentre la seconda è un sentito tributo alla Scuola di Atene di Raffaello. Insomma, Cuoghi saccheggia la storia dell’arte e gli annali di cronaca, i miti e le leggende che formano il DNA culturale della nostra penisola, eppure non dimentica di inquadrare il tutto nella contemporaneità. I parchi e i giardini prospicenti antichi monumenti e cattedrali sono popolati di famiglie a passeggio, ragazzi che giocano a frisbee, coppie d’innamorati, amanti clandestini, turisti, gruppi di giovani e perfino spacciatori. Insomma sembrano i parchi di una qualsiasi città odierna, ma immersi in una dimensione che, per uno strano effetto di distorsione temporale, fa coesistere il passato col presente, la realtà con l’immaginazione, il possibile con l’impossibile. Ed è esattamente questa improbabile simultaneità di opposti il dominio operativo proprio della pittura. Una pittura, nel caso di Vanni Cuoghi, che non rinuncia alla dimensione narrativa nel nome di un vacuo formalismo, ma accetta l’arduo compito di porsi nel solco di una millenaria tradizione figurativa. I Souvenir d’Italie di Vanni Cuoghi sono dispositivi pittorici capaci di trasmettere una pletora di messaggi visivi. Non seguono il lineare andamento di un racconto scritto, con un inizio, uno svolgimento e una conclusione, ma piuttosto condensano i principi stessi della narrazione risalendo alla dimensione sorgiva di tutte le trame che è, in definitiva, la facoltà immaginifica. La stessa che l’osservatore deve esercitare per rintracciare nella matassa informativa di questi teatrini la propria versione della storia.

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